La lingua tradita

Ebbene sì lo ammetto: anche io faccio parte di quella grandissima parte di italiani registrati su FaceBook. Ed ammetto anche di utilizzarlo, seppur sporadicamente, per vedere cosa la mia cerchia di amici pubblichi e farmi due risate. Ma la rabbia e la tristezza sovente prendono il sopravvento.

 

Al di là di delle mutazioni che la lingua possa aver subito nel corso degli anni, quanto emerge da numerosi commenti su post di varia natura mi lascia con l’amaro in bocca.

Non sono un fanatico linguista e non lavoro alla Crusca, ritengo di far parte di quella parte di persone che riescono ad adattarsi, linguisticamente parlando, all’ambito in cui si trovano. Mai sboccato ma talvolta caciarone come si addice ad un fiorentino che si trovi ad interloquire con altri fiorentini, mi capita di lasciarmi andare con qualche espressione od intercalare tipicamente fiorentino.

 

Eppure, nonostante tutto, ritengo di esprimere i concetti che ho in mente in maniera limpida, mai contorta o infarcita di termini altisonanti che potrebbero lasciare spiazzato il mio interlocutore. Un vocabolo d’effetto in talune occasioni è piacevole da sfoggiare, ma sempre all’interno di un contesto che non deve essere estraniato dalla realtà in cui ci si trovi sull’istante.

Su FaceBook come su molti forum o altri social network in cui gruppi di persone si trovino a tener conversazione, il comune denominatore è ormai divenuto l’italiano spacciato come tale. Non mi riferisco a termini entrati a far parte del linguaggio comune o ad espressioni che lascino trasparire un chiaro esterofilismo linguistico, bensì alla totale assenza di strutture logiche e grammaticali all’interno del discorso; e queste assenze nella maggior parte dei casi portano a non comprendere in alcun modo quanto l’altro stia cercando di esternare.

 

La questione si fa ancor più comica nel momento in cui ci troviamo a leggere commenti non su argomenti filosofici o comunque di una certa caratura, bensì su argomentazioni che potrebbero benissimo riguardare il cambio del cellulare o i gusti nei confronti del sesso opposto.

Argomenti di incredibile quotidianità trattati con un linguaggio tipico di un bambino di 4 anni, il quale ha dalla sua parte almeno la gestualità con cui accompagnare i primi passi nel mondo della parola.

 

Trascendendo da quanto detto, la questione si fa più critica se si affronta da un altro punto di vista: possibile che io non capisca quanto leggo e che chi scrive non comprenda la totale assurdità logico-grammaticale esposta con il proprio discorso?

Da un lato potrei essere obiettivamente io il problema non riuscendo a calarmi nella situazione e non potendo conseguentemente agganciare il filo logico della discussione, ma al contempo sfido chi scrive a rileggere le proprie “frasi” a distanza di giorni fornendo un significato compiuto all’agglomerato di vocaboli creato.

 

Ignoranza totale sotto il profilo linguistico e grammaticale; frasi senza verbo, verbi senza soggetto, avverbi creati dal nulla, tempi e modi sbagliati a tal punto da capire che Giuseppe Verdi ancora debba tenere un concerto.

Com’è possibile non rileggere quanto appena scritto per controllare errori di battitura e non rendersi conto che il tutto non abbia senso? Com’è possibile che non ci si renda conto che quanto espresso non abbia un significato e non sia obiettivamente comprensibile? Non mi riferisco solamente a verbi sbagliati, ma ad interi tentativi di espressione vanificati dalla totale assenza di logica e grammatica all’interno del costrutto.

 

E’ questa forse la nuova lingua? E’ questo il futuro dell’italiano? Quel che mi spaventa non è il non capire ma il dovermi adattare per farmi intendere.